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Partiamo dai fallimenti

Una caldissima mattina dell’estate del 1990, ispirandomi a nostro signore Gesù Cristo, decisi anch’io di camminare sull’acqua. Dopo attento studio, presi i miei braccioli, me li misi alle caviglie, mi allontanai dall’ombrellone e mi diressi con incedere piuttosto regale verso il mare. Fu fantastico, per i primi tre metri. Poi, causa naturale galleggiamento dei braccioli, finii con le gambe all’insù e la faccia sott’acqua. Fu così che rischiai di annegare (mi tirò a galla mio padre, che da lontano aveva forse previsto l’insuccesso della mia impresa) e fu così che sperimentai il mio primo fallimento.


Da allora ne ho avuti tanti, tantissimi.


A 9 anni presi lezioni di pianoforte. Mollai dopo appena due mesi, annoiato dal solfeggio.
Al liceo feci di tutto per diplomarmi con 99/100. Mi fermai a 88.
Nel 2009, appassionato alla vicenda sulla trattativa Stato-Mafia, aprii il blog Docmafie.it. Durò neanche 5 mesi, letto solo dai miei parenti.

Nell’agosto 2010 presi una tranvata pubblicando uno «scoop» in cui rivelavo che il nuovo libro di Roberto Saviano sarebbe stato sulla ’Ndrangheta.
 

Mi capita di scrivere «un’altro» con l’apostrofo. Più volte...


Nel 2016 ho curato un forum sulla salute, mai veramente frequentato e chiuso dopo 4 mesi.
Almeno 3 volte ho detto che la persona da intervistare «non ha risposto». In realtà, non ci avevo provato io (l’avete fatto anche voi, ammettetelo).


Nel 2019 ho avuto il peggior colloquio della mia vita. Con un selezionatore di LinkedIn che stava a Dublino, via telefono, in inglese:


«Francesco, i imagine you know our Rundown (una newsletter mattutina curata da Linkedin, avrei scoperto dopo, ndr)».
«Yes, of course!».

«And what is it?».

«...».

 

Davanti a quelle che sento come ingiustizie ho il vaffanculo facile. Troppo facile.
Per quante ore mi ci sia messo, non sono mai riuscito a suonare Recuerdos de la alhambra con la chitarra. Faccio quadri di dubbio, molto dubbio valore artistico.
Ho provato a leggere Sulla Strada di Jack Kerouac almeno 5 volte in 12 anni. Ogni volta sono arrivato attorno a pagina 150 e poi ho mollato.


Da tutto questo ho imparato che spesso non serve a nulla fare troppi calcoli; che anche se nessuno ha letto un tuo blog l’importante è che tu ti sia divertito a scriverlo; che è meglio fingere di non sapere piuttosto che far finta di sapere; che pezzi come Recuerdos de la alhambra va bene anche solo sentirli; che Kerouac si ripeteva spesso, sì, ma che quel libro valeva la pena di leggerlo tutto per quel finale con Dean Moriarty che se ne va via, solo, col cappotto tirato sul collo nel freddo d’America; che non è importante saper camminare sull’acqua, ma avere qualcuno che ti tiri su quando stai annegando; e che in fondo tutti questi fallimenti mi sono serviti eccome, a scrivere quest’ultimo paragrafo qui, che per lo meno renderà interessante questo diavolo di curriculum

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